Glossario

LE PAROLE-CHIAVE DELLA CONSULENZA FILOSOFICA

Vi presentiamo alcune brevi, riassuntive ma efficaci definizioni di concetti-chiave per la consulenza filosofica, ad uso di coloro che praticano questa disciplina e degli utenti che se ne servono.


 

veritÓ



Quanti di noi hanno, probabilmente al cinematografo ed almeno una volta, udito la formula: “Dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”, magari accompagnata da una mano alzata e da un’altra sulla Bibbia, quasi a voler ulteriormente sacralizzare l’atto linguistico performato? Questo è solo un esempio, piuttosto spettacolare, dell’importanza della nozione di verità non solo in ambito filosofico, ma ai fini della stessa umana convivenza.

Proviamo ad immaginare: sarebbe possibile un mondo in cui nessuno dice la verità?
In un mondo simile, è assai probabile, non esisterebbe alcuna forma di comunicazione verbale. Nessuno infatti si prenderebbe la briga di formulare domande o di elaborare risposte, sapendo che nessuno dice la verità. Verrebbe meno la principale ragion d’essere della comunicazione. Quando discorriamo tra noi, generalmente, diamo per scontato che l’interlocutore non ci stia mentendo. E solo quando ci viene il sospetto che qualcuno stia barando, ci viene in mente di chiedere: “E’ vero quello che dici?”.

Ma come può essere definita, la verità? Cos’è la verità?

Affidiamoci, per la risposta, ad alcuni tra i filosofi più saggi ed alle loro autorevolissime opinioni: già Platone nel Cratilo, afferma: “Vero è il discorso che dice le cose come sono, falso quello che le dice come non sono” (Crat., 385 b). Così Aristotele: “Negare quello che è e affermare quello che non è, è  il falso, mentre affermare quello che è e negare quello che non è, è il vero” (Met., IV, 7, 1011 b e sgg.). Le parole “discorso”, “negare”, “affermare” ci suggeriscono che  la verità ha a che fare in primo luogo con il linguaggio. Veri o falsi sono infatti i nostri discorsi (o i nostri pensieri, che sono comunque discorsi) sulle cose del mondo e non le cose del mondo, le quali mantengono la loro, per così dire, “ontologica neutralità”. Le cose, insomma, sono (o non sono) e basta. D’altro canto, è il mondo stesso a fornirci il metro per valutare la verità delle nostre affermazioni. E’ il fatto che la neve è bianca a rassicurarci che il nostro enunciato “la neve è bianca” è vero. Ci deve quindi essere una “corrispondenza” (omoiòsis, adaequatio) tra i nostri discorsi sul mondo ed il mondo stesso perché si possa parlare di verità. Il mondo, insomma, affinché noi possiamo dire la verità, ci deve corrispondere, deve soddisfare alcune nostre aspettative su di esso. Ed il linguaggio, luogo d’origine del senso delle cose, torna così ad essere il punto di incontro tra noi ed il mondo stesso.

Questa concezione della verità è stata profondamente messa in discussione da M. Heidegger nell’opera Vom Wesen der Wahrheit. Secondo il filosofo tedesco, sintetizzando un poco, la concezione della verità più originaria, ed in quanto tale più “veridica”, consiste nell’interpretare la parola greca alétheia come non-nascondimento, disvelamento dell’essere dell’ente. Quindi la verità andrebbe considerata una proprietà dell’ente, e non già del soggetto umano conoscente ed al suo corretto (orthòtes) rapportarsi  nei confronti del mondo. Heidegger propone quindi una concezione assolutamente non soggettiva della verità.

Va detto, però, che come acutamente suggerisce B. Snell ne Il cammino del pensiero e  della verità rimane il dubbio se, dal punto di vista strettamente filologico, la parola greca alétheia (verità) derivi da a(alfa privativo)-lanthànein , da cui alétheia intesa come non-nascondimento, mantenendo così il suo senso, per così dire “oggettivo”, oppure se derivi da a (alfa privativo)-léthe, recuperando così la sua dimensione “soggettiva”, significando la parola verità “ciò che non viene dimenticato”. Alethés, in Omero è strettamente collegato al verbo katalégein (elencare). Elencando qualcosa, niente deve rimanere “dimenticato” (pàsan alethéien katalégein = dire tutta la verità, Il. 24, 407). Secondo questa interpretazione, il recupero della nozione di verità in favore del soggetto conoscente e “parlante” appare evidente. Va detto inoltre che, come ci ricorda S. Natoli nel suo Dizionario dei vizi e delle virtù, una concezione di verità fortemente legata al soggetto è strettamente connessa al concetto greco di parresìa. Questa parola deriva da pàn (tutto) e rhèma (ciò che viene detto). Il parresiastés è colui che dice tutto ciò che deve essere detto. E’ sincero. Poniamo il caso: Platone che dice, a suo rischio e pericolo, a Dionisio che la sua tirannia di Siracusa è malamente gestita, è parrasiastés , parla sinceramente, ed in quanto tale dice la verità. E’ la sua autorità morale a fare da garanzia della verità di ciò che dice.

Questo è un aspetto molto importante, in quanto permette di ricordarci che la questione della verità non è solamente di pertinenza teoretica, o più specificamente, gnoseologica, ma possiede anche rilevanza etica, morale.

L’uomo è chiamato, nel linguaggio, a dire la verità. Come acutamente suggerisce M. Ruggenini in Dire la verità, la verità non è a nostra disposizione, ma è forse la nostra destinazione, sicuramente la più nobile.

La filosofia è ricerca della verità e, aggiungerei, disprezzo per la menzogna e per ciò che è falso. Così ha da essere il dialogo consulenziale: una sfida di carattere morale, prima ancora che gnoseologico, per la verità. Per quanto difficile e dolorosa possa essere. Ma questo è il télos di ogni indagine filosofica. Il destino che non conosce compromessi del filosofo: la lotta per la verità, terribile e meravigliosa.

                                                                                              Antonello Sacco